Travelers
Open call
Contributions /

“Del deserto attuale non hanno colpa né il freddo né il vento. Popolo di allevatori, i norvegesi che sbarcarono sull’isola cominciarono ad abbattere gli alberi per avere terra da pascolo per le pecore. Nei secoli successivi la deforestazione aumentò, perché la legna serviva a costruire case e navi, e a riscaldarsi. Da qualche decennio è iniziato il rimboschimento, che però non è bastato a modificare il panorama. Sui viali di Reykjavík, file ordinate di abeti proteggono le case dalla vista e dal poco rumore del poco traffico; e qua e là spuntano parchi alberatissimi curati come bonsai da legioni di giardinieri. Ma fuori città le uniche rare eccezioni alla lava e al muschio sono macchie di alberi giovani addossate a un terrapieno che li protegge dal vento dell’inverno. [...]


Niente alberi, niente che rinasce in primavera e rimuore in autunno: questo spreco di energia. Tornati in Italia, se è ottobre, vi sembrerà triste, una tristezza che vi potrebbe essere risparmiata, l’intrico dei rami spogli. Se è maggio, comincerete a trovare tutto questo trionfo di foglie e fiori un po’ disordinato. Vi chiederete se l’arredamento minimal del paesaggio islandese non abbia, dopo il primo impatto, le sue ragioni.”

“The desert of the present cannot be blamed on the cold or the wind. The Norwegians, a population of herdsmen, landed on the island and began to cut down trees to make pastures for their sheep. As the centuries passed the deforestation increased, because the wood was needed to build houses and ships, and to keep warm. Reforestation has been in progress now for several decades, but it has not been sufficient to alter the panorama. On the avenues of Reykjavík orderly rows of spruce trees shield homes from view and from the minor noise of the sparse traffic; here and there parks packed with trees appear, tended like precious bonsai by legions of gardeners. [...]

But outside the city the only rare exceptions to the lava and moss are patches of young trees placed up against an embankment to protect them from the winter wind. No trees, nothing that comes back to life in the spring and dies again in the fall: this waste of energy. Back in Italy, if it is October, the tangle of bare boughs will seem sad to you, sadness you could have spared yourself. If it is May, you will start to perceive the triumph of leaves and flowers as a bit disorderly. You may wonder if perhaps the minimal decor of the Icelandic landscape doesn’t make sense, after all, after the initial impact.”