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Sigurdur Pétursson, Siggi per gli amici (una categoria che, data la sua innata giovialità, comprende un numero esorbitante di persone, comprenderebbe anche voi pochi secondi dopo la prima stretta di mano), ha insegnato Letteratura Neolatina all’università d’Islanda. Da un anno è in pensione. Lo incontro nella sua casa di famiglia, sul lungomare della città. «È nostra da più di 250 anni». Fino a due generazioni fa era ancora una piccola fattoria: sul prato che separa la casa dal mare pascolavano le mucche, qualche cavallo. Oggi gli animali non ci sono più, e la zona si è gentrificata. Siggi mi indica la nuova villa del vicino, un centinaio di metri più in là. «Una persona molto benestante. Possiede tre o quattro supermercati a Reykjavík». Lo dice senza malizia e senza ammirazione: come se la ricchezza dei nuovi ricchi fosse una cosa che, semplicemente, accade, e buon per loro. All’esterno, la casa di Siggi avrebbe bisogno di qualche rammendo, di una mano di vernice. All’interno è una casa-museo ripiena di meravigliosi cimeli di famiglia (di parecchie famiglie, in realtà) e di oggetti – quadri, statue, libri – che Siggi ha comprato durante i suoi viaggi in Europa o su catalogo. Sul tavolo del soggiorno ci saranno una trentina di album pieni di fotografie. Sono foto di famiglia: dagli incredibili dagherrotipi della trisavola danese ai ritratti dei nipotini. Ma dall’insieme viene anche un’idea degli ultimi centocinquant’anni di storia islandese. (Due uomini che sfogliano insieme vecchi album di fotografie. A un certo punto di Fedeli a oltranza, Naipaul descrive una situazione simile, ed è una scena di una tristezza scorante, che non ho più dimenticato. Nel nostro caso è stata una delizia, tra l’altro perché Siggi è troppo intelligente per essere nostalgico).

Prima foto. Ah, per spiegare questa devo fare una premessa…

Nota 1. Siggi fa sempre una premessa, che generalmente è molto più lunga della risposta alla domanda; è un professore, uno storico: spiegare le cose per lui vuol dire spiegarle in un contesto; e dato che le radici delle cose islandesi sono profonde, il contesto sono i decenni, i secoli passati – per questo la conversazione con lui è interessante.

Devi sapere che nel 1602 il re di Danimarca impose all’Islanda un monopolio commerciale che in sostanza durò fino all’inizio del Novecento, e che ebbe conseguenze molto negative sulla vita economica del paese: tutto, in sostanza, era nelle mani dei danesi. Un passo molto importante verso l’indipendenza venne fatto nel 1904 con lo Heimastjórn, con cui la Danimarca riconosceva il diritto islandese a un parziale autogoverno. Approfittando di questa apertura, nel 1914 un gruppo di islandesi si associò per fondare una compagnia di navigazione nazionale. Nacque Eimskip, che arrivò in breve tempo ad avere circa ventimila azionisti: tra questi, anche molti islandesi che erano emigrati in America. La prima nave che venne costruita fu quella che vedi qui, la Gullfoss (le navi della Eimskip presero il nome dalle grandi cascate islandesi: conosci Gullfoss; la nave che venne costruita poco dopo si chiamava Goðafoss). Dal ponte della Gullfoss, durante la prima guerra mondiale, un passeggero fotografò un sottomarino tedesco (la cosa non doveva essere senza rischi), poi regalò la foto al comandante della nave. Bene: il comandante era mio nonno, che portava il mio stesso nome (1880-1956). Era nato in una famiglia benestante di Seltjarnarnes, vicino a Reykjavík: possedevano delle barche da pesca e la fattoria in cui ci troviamo adesso. Mio nonno è stato il primo islandese a frequentare la scuola nautica a Copenhagen, a partire dal 1901 («Ieri – mi dirà Siggi l’indomani – ti ho detto che mio nonno è stato il primo islandese ad andare alla scuola nautica di Copenhagen, ma non è corretto: è stato uno dei primi, c’era stato anche qualche altro, poco prima di lui»). Per imparare meglio l’inglese, d’estate s’imbarcava su un trawler britannico. Diventò capitano della Gullfoss a poco più di trent’anni. Le tratte più frequenti erano Reykjavík-Leith (il porto di Edimburgo) e Leith-Copenhagen. Ma ha anche attraversato l’Atlantico per decine di volte. In effetti…

Nota 2. Siggi parla un italiano quasi impeccabile. Ha solo l’abitudine di usare spesso l’intercalare in effetti, che pronuncia con la scempia, in efetti, a volte nel senso di ‘d’altra parte’, a volte nel senso di ‘di fatto’, a volte non si capisce bene in che senso.

In effetti, il primo lungo viaggio della Gullfoss fu in America: mio nonno è stato il primo islandese a sbarcare in America dopo Leifur Eiriksson! E insomma, in quegli anni a ridosso della guerra la nave Gullfoss è stata importante, anche come stimolo nella battaglia per l’indipendenza nazionale. Eimskip era, come si diceva allora, «Il figlio prediletto della Nazione».

E tua nonna che faceva, in tutto questo?

Mia nonna badava alla fattoria e ai figli, quattro. Ma era stata diverse volte a Copenhagen, e una volta anche a New York: un’esperienza eccezionale per una donna della sua generazione. Ma ricordo com’era orgogliosa del fatto che il marito fosse invece un habitué degli Stati Uniti.

Tuo nonno ha comandato la Gullfoss per un quarto di secolo. Poi cos’è successo?

Poi c’è stata la seconda guerra mondiale. I tedeschi hanno occupato la Danimarca nel 1940. La Gullfoss è rimasta nel porto di Copenhagen, e mio nonno ha dovuto abbandonarla. È tornato in Islanda, ma non subito via mare, perché era troppo pericoloso. Insieme ad altri islandesi rifugiati in Europa ha fatto quello che da noi si chiama il ‘Viaggio di Petsamo’: risalirono la Finlandia occupata e s’imbarcarono in un villaggio del nord del paese, Petsamo appunto, e arrivarono in Islanda dopo settimane, quando tutti ormai temevano il peggio.

Seconda foto. Il padre e il nonno di Siggi a bordo della Gullfoss

Il padre di Siggi, Petur Sigurdsson (1911-1998), entra all’Istituto Reale della marina danese nel 1931, e al termine degli studi diventa ufficiale della marina danese. Sposa Ebba Paludan-Müller (1912-2004), che viene da una famiglia danese molto illustre: Frederik Paludan-Müller è stato uno dei più grandi poeti danesi dell’Ottocento. Si sposano nel 1938 e si stabiliscono a Reykjavík, dove Petur lavora prima nell’Istituto Nazionale di Idrografia poi nella Guardia Costiera, che dirige dal 1952. Per quarant’anni fa parte del CdA di Eimskip.

Ma buona parte delle azioni che mi aveva lasciato in eredità sono state bruciate dal crack del 2008. La nave che vedi nella foto è la prima Gullfoss, quella che comandava mio nonno. Accanto a lui, al timone, c’è mio padre. Siamo verso il 1930. Dopo la guerra verrà costruita una seconda Gullfoss, che resterà in servizio dal 1950 al 1973. Ricordo molto bene il suo primo ingresso nel porto di Reykjavík, nuova di zecca, con tutta la cittadinanza schierata. Avevo sei anni.

Tuo padre è stato uno degli strateghi delle quattro ‘guerre del merluzzo’ che l’Islanda ha combattuto (e, in sostanza, vinto) contro la Gran Bretagna dagli anni Cinquanta agli anni Settanta. Però mi pare che la vostra sia stata una famiglia molto ‘britannica’, no?

Oh, sì, molto britannica. Tutta la buona borghesia islandese una volta lo era. Chi poteva, andava a studiare in Inghilterra: la lingua, le buone maniere… È solo da un paio di generazioni che le scuole di business administration americane hanno preso il posto di Oxford e Cambridge. Vedi con quali risultati. La mia zia paterna è stata forse la prima donna islandese a studiare a Oxford e a Londra, negli anni Venti. Per qualche tempo era stata ospite di Lady McDouggal, la vedova del sindaco di Londra, e da allora non ha mai smesso di citarla come un oracolo: «Come diceva Lady McDouggal», ripeteva sempre… Mia madre ha studiato a Londra dieci anni più tardi. Non ci ha mai raccontato molto di quel periodo. Ma qualche mese fa, poco prima di morire, mio fratello si è ricordato di un viaggio che avevamo fatto tutti insieme, credo che stessimo tornando dalla Danimarca, doveva essere la fine degli anni Quaranta, io ero molto piccolo. La Gullfoss faceva scalo a Leith. La gente scendeva per fare acquisti. «Com’era strano sentire nostra madre che parlava inglese!», mi ha detto mio fratello.

Io ho avuto la fortuna di crescere bilingue, anzi bi-culturale. E mi sento islandese e danese. Per me tornare a Copenhagen vuol dire tornare a casa, proprio come tornare a Reykjavík, non c’è differenza. È per questo che non potevo sopportare le ironie e le cattiverie contro la Danimarca, prima del 2008: l’idea così sciocca di essere meglio di loro, cioè più abili, più duri, più spregiudicati… Molte estati della mia infanzia le ho passate nella villa dei miei nonni materni a Copenhagen. Sono uno dei miei ricordi più belli: un paradiso, un paradiso… E poi arrivava settembre, e bisognava tornare in Islanda. Ed era un viaggio lungo, che non si poteva fare ogni anno: il congedo era straziante. Allora i miei nonni islandesi facevano questo, per consolarmi. Si facevano trovare nel nostro giardino in riva al mare quando la Gullfoss stava per entrare nel porto, e alzavano la bandiera islandese sul pennone davanti alla casa, un pennone altissimo. Così io sapevo che mi stavano già aspettando.

Terza foto. L’Islanda nel dopoguerra

Questa è una fotografia famosa. Quello a sinistra è vecchio pescatore che viveva nella campagna dell’Islanda meridionale: si chiamava Einar Hjaltason, ed era nato negli anni Cinquanta dell’Ottocento); quello a destra è mio nonno, il capitano della Gullfoss. La foto è stata fatta sul ponte della Gullfoss negli anni Venti. Mio nonno ha in mano un sestante, uno strumento che i marinai più anziani non conoscevano. Per questa ragione la fotografia è nota col titolo di Gamli og nýji tíminn, cioè ‘Il vecchio e il nuovo tempo’.

Com’era la vita in Islanda nel dopoguerra? Tua madre, che era abituata a Copenhagen, non si annoiava?

No, direi di no. Credo che tutto sommato fosse una vita abbastanza piacevole anche per lei. Sia mio nonno sia mio padre erano dei fanatici della tecnologia, così i miei genitori furono tra i primi, nell’isola, a possedere un’automobile: nel 1946. E credo che la nostra sia stata anche una delle prime case private ad avere una lavastoviglie: nel 1955. Eravamo dei privilegiati. Non credere però che questo voglia dire che ci fosse abbondanza di tutto. L’unica cosa che abbondava era il merluzzo. Per le mele, le arance, l’uva, bisognava aspettare Natale. Ma era bello anche aspettare.

Ho letto che le famiglie di città usavano mandare i figli a lavorare in campagna, durante l’estate: per temprarli. È toccato anche a te?

No, una volta mio padre aveva pensato di mandarci mio fratello Óli. Mia madre non era convinta, ma era pronta ad accettare la decisione di mio padre. Ma mia nonna alla fine si oppose, e da allora nessuno parlò più di estati in campagna. No, né mio fratello né io abbiamo conosciuto la ‘semplicità’, cioè la durezza della vita islandese: portare le pecore al pascolo, pulire gli stabbi, uccidere gli animali. È quella che non piaceva a Laxness (sai cosa diceva Laxness? Che l’emancipazione degli islandesi ci sarebbe stata quando ogni islandese avesse posseduto, e usato, uno spazzolino da denti). O forse bisogna parlare al passato, non credo che quella durezza esista ancora. E sono felice che sia scomparsa.

«Sì, è scomparsa», mi dirà più tardi Ingo. «Ancora mio padre mi raccontava di corvées atroci, di vera schiavitù nelle fattorie del nord-est: dieci ore di lavoro, poco cibo, la notte al freddo… Per me, per la mia generazione, l’estate in campagna è stata più che altro divertimento. Guidavo il trattore, portavo le pecore al pascolo. Anche se sì: ho visto mentre le uccidevano. E ho visto castrare i cavalli».

Quarta foto. La Thailandia

Il mio nonno materno lavorava per la East-Asiatic Company, la Compagnia delle Indie Danesi, con sede a Bangkok. Ha sposato una thailandese, e mia madre è nata a Bangkok nel 1912. La loro era davvero la vita dei coloni ricchi. Mia madre aveva una decina di domestici, la cameriera personale, l’autista. Parlava thailandese, danese, islandese, francese, inglese, tedesco. Non l’ho mai sentita usare un superlativo se non una volta, quando le ho domandato qual era il posto più bello che avesse visto in vita sua. «Chiang Mai», mi ha risposto, «il paesaggio di Chiang Mai è fantastico».

E tu non hai mai avuto la curiosità di andarci?

Oh, ma non credo che la Chieng Mai di oggi avrebbe qualcosa a che fare con la città che aveva visto mia madre. No, non ho mai avuto la curiosità.

E così hai una nonna thailandese.

Sì, e le ero molto affezionato. Non parlava danese, perché quando si era trasferita a Copenhagen aveva già più di cinquant’anni. Ma ci capivamo, ci capivamo, per un bambino capire le parole non è così importante.

Il tuo primo viaggio in Italia?

Nel 1971, a Firenze. Mi sono fermato per qualche settimana a Firenze prima di andare a Roma. Sono arrivato in treno dalla Danimarca, una sera di gennaio. Ho lasciato i bagagli in albergo e sono andato subito in Piazza della Signoria. Palazzo Vecchio al buio, la Loggia dei Lanzi, nessuno in giro perché era tardi e faceva freddo: è stata una delle esperienze più importanti della mia vita. Ripensandoci, ho fatto bene a fermarmi a Firenze. L’impatto con Roma sarebbe stato troppo forte.

Il ritratto di un antenato danese di Siggi sta nei depositi degli Uffizi: Siggi me lo comunica con una civetteria in gran parte ironica, in piccola parte no.

È Thomas Fincke: matematico, fisico, docente all’Università di Copenhagen, 1561-1656. Qualche estate fa ho chiesto a un amico italiano… Ren-zo Chi-a-rel-li (Siggi sillaba sempre lentamente i nomi italiani, non perché ha paura di storpiarli ma perché si aspetta, si augura da parte mia, nei miei occhi di concittadino della repubblica delle lettere, il lampo del riconoscimento: ma lo deludo anche stavolta)… Renzo Chiarelli, che dirigeva l’Accademia delle Belle Arti, gli ho chiesto di mettermi in contatto con la direttrice degli Uffizi, perché sapevo che da qualche parte avevano questo ritratto… E in effetti… La direttrice mi ha ricevuto. Moooolto cortese. Le ho detto che mi sarebbe piaciuto avere una fotografia del mio antenato. E in effetti… due settimane dopo mi è arrivata una busta dagli Uffizi, e dentro c’era la fotografia. E non hanno voluto farmi pagare!

E guardando Siggi, che è olimpico, intangibile come il suo antenato nel quadro, capisco come lui sia riuscito a superare tutti gli ostacoli che a me sembrano insormontabili, terrorizzanti – la canicola asfissiante di Firenze a luglio, la coda chilometrica davanti al museo, la ressa nelle sale, la media scortesia del personale dei musei, lo stupore della direttrice («E questo chi è?») – e non mi meraviglia che di fronte a lui questa palude si sia trasformata in una comoda passerella: Firenze assolata ma fresca, il biglietto d’ingresso prenotato da mesi, il piacere, per il personale del museo, di trovarsi di fronte non un teen-ager in infradito ma un gentleman islandese… Che c’è di strano? La vita si modella spesso secondo le nostre attese. Basta volere, basta aspettarsi il meglio, ed ecco che in effetti…

Claudio Giunta